E poi è tornata la neve, stavolta un po' di più e per restare un 2-3 giorni. Bello, finché non diventa paciugo sporco e fangoso. La nevicata più epica fu nel '96; venne giù a camionate, e scendeva e scendeva, finché coprì quasi tutto, auto, segnaletica, staccionate davanti casa. Abitavo al piano terra rialzato, con il classico portico nordamericano, e la neve era arrivata alla porta d'entrata, quasi bloccata. E così la città si fermò a respirare. Per due settimane, niente più traffico, rumori, niente più fretta di andare, tutti a piedi, chi a lavorare, chi a fermarsi nei crocicchi a parlare con gli sconosciuti. Quella fu la cosa più bella; il ritmo rallentato, per cui tutti avevano il tempo per parlare, per aiutare i vicini, specie i vecchietti bloccati in casa, tutti a piedi a far la spesa, nei sentierini fra le montagne di neve, proprio come in Amarcord. Per due settimane, nel bianco abbagliante e nel cielo cristallino, l'unico suono era quello delle foche sugli scogli, lontanissime da casa mia, ma che il silenzio totale della città esaltava. Eravamo tornati al villaggio, ai suoi ritmi e abitudini. E poi, per una cultura che non sa niente delle vasche, dello struscio sul viale, delle piazze, era un sogno messicano. Moltissimi i casi di gente che andava a far la spesa per i vicini anziani, di feste del vicinato, di shovelling parties, ovvero feste con badile in una mano e bicchiere di vino nell'altra. Il nostro vicino del piano di sotto organizzò una di queste feste, con le bottiglie di champagne incassate nella neve, mentre creavamo un po' di spazio per passare e soprattutto per far uscire i vicini dagli appartamenti nel seminterrato. E poi, dopo due settimane, la neve si sciolse, il livello di stress ritornò, con la fretta, la routine, e il sogno era finito.
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