giovedì 26 gennaio 2012

Silvia. Berlino. Germania.


A Berlino c'è il Landwehrkanal, e i sentieri che gli corrono accanto in qualunque stagione. D'estate è verde, o è spoglio per l'inverno, con le rive umide di fango, mentre in autunno le foglie secche si rompono sotto i passi di chi cammina, di chi corre, di chi si ferma a leggere lungo le sue sponde. Di giorno, quando l'aria è fredda, o di notte, quando è gelida, e la nebbia sale dalle sue acque, il Landwehrkanal è lì.
Un pomeriggio ci avventuriamo oltre il punto in cui il canale si divide in due. Il sentiero finisce, seguiamo a caso una strada. Ci ritroviamo a Schlesisches Tor. Da lì la tentazione di raggiungere la Spree, il fiume che attraversa Berlino, diventa irresistibile.
Sul ponte di Warschauer il vento è quasi insopportabile, ma andiamo a diritto (immer geradeaus!). Ignoriamo la East Side Gallery, ciò che del muro resta, e i bar di Friedrichshain, un tempo l'est della città divisa.
Senza preavviso la Frankfurter Allee spalanca i suoi spazi enormi davanti ai nostri occhi. Un tempo si chiamava Stalinallee. Oggi ha ripreso il suo vecchio nome. A sinistra, lontana, svetta la torre della televisione e dovunque s'impongono le abitazioni di Friedrichshain. Dopo il 1989 sono state tutte ristrutturate. E' un quartiere brulicante di vita.
Una notte ci accorgemmo che alcuni palazzi erano rimasti chiusi dal tempo dell'est. Sui campanelli c'erano i nomi delle persone che li avevano abbandonati, e lucchetti alle cassette della posta. Scoprimmo in seguito che quelle costruzioni erano chiamate Stalinbau.

Quel pomeriggio di vento i lavori per ristrutturare anche gli Stalinbau sono avviati da un po'.
È il crepuscolo. I muratori non si accorgono di noi. Spingiamo piano una porta e subito siamo nell'ingresso scuro di un palazzo. Dai piani più alti vengono le luci e le voci di chi lavora. Quanti piani saranno? Saliamo una rampa di scale e guardiamo in alto. Siamo nel cuore di un edificio enorme. C'è solo polvere, e quelle voci. Guardiamo le porte, nere, di legno pesante, che chissà quante volte saranno state aperte. Adesso è tutto abbandonato e buio. Ma è bellissimo stare lì. Ci fermiamo più a lungo possibile. Poi è chiaro che qualcuno sta scendendo le scale, e noi non siamo stati invitati. Allora, senza far rumore, riapriamo un'altra porta, e siamo sulla strada. Siamo di nuovo sulla Frankfurter Allee.

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