In questi giorni sono in
rapido passaggio da un mondo all’altro. E i mondi non sono solo sette. Sono molti, molti di più.
Martedì pomeriggio ho
lasciato Amersfoort, città murata, e in treno sono arrivato nella
città-fabbrica, Eindhoven, dove tutto si chiama Philips. Poi mi sono unito al
mondo di quelli che viaggiano per mestiere e per turismo, con un aereo sono
sbarcato a Ciampino, con una macchina ho attraversato Roma seguendo la via
Appia e sono arrivato nel quartiere del Nuovo Salario, in una casa piena di
ricordi e affetti. Un treno che un tempo conoscevo come le mie tasche mi ha
portato a Firenze, dove ora mi muovo in bicicletta tra quartieri più e meno
noti. Lunedì mattina andrò a Pisa e da lì di nuovo nella città della Philips e
poi di nuovo nella “porta del Randstad”, cioè Amersfoort.
Tanti mondi, collegati e distinti. Se mi parlate di Olanda e Italia non capisco. Non vedo dove finisca
l’una e inizi l’altra. Non capisco cosa intendiate quando parlate dell'una e dell’altra. Non capisco perchè insistiate a parlare dell'una e dell'altra.
C’è
continuità e rottura in ogni strada di ogni città. L’estate scorsa siamo andati
in macchina da Amersfoort al Salento e abbiamo visto tanti mondi tuffarsi l’uno
nell’altro, intrecciarsi e distinguersi continuamente. Voci simili,
problemi simili, modi di sentire simili, anche se le case, i colori, le lingue e i
dialetti erano diversi.
Nel treno da Roma a Firenze, ieri, nello stesso vagone c’erano due ragazzi di Pechino, un romano-pugliese che abita ad Amersfoort, una suora del Kerala, una signora di Tilburg con due bambine nate a Roma,
un signore di Bergamo, una quarantenne fiorentina. Tanti mondi, e un luogo che
si spostava a duecento chilometri all’ora.
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