venerdì 27 gennaio 2012

Christian, Amersfoort, Paesi Bassi

In questi giorni sono in rapido passaggio da un mondo all’altro. E i mondi non sono solo sette. Sono molti, molti di più.

Martedì pomeriggio ho lasciato Amersfoort, città murata, e in treno sono arrivato nella città-fabbrica, Eindhoven, dove tutto si chiama Philips. Poi mi sono unito al mondo di quelli che viaggiano per mestiere e per turismo, con un aereo sono sbarcato a Ciampino, con una macchina ho attraversato Roma seguendo la via Appia e sono arrivato nel quartiere del Nuovo Salario, in una casa piena di ricordi e affetti. Un treno che un tempo conoscevo come le mie tasche mi ha portato a Firenze, dove ora mi muovo in bicicletta tra quartieri più e meno noti. Lunedì mattina andrò a Pisa e da lì di nuovo nella città della Philips e poi di nuovo nella “porta del Randstad”, cioè Amersfoort.
Tanti mondi, collegati e distinti. Se mi parlate di Olanda e Italia non capisco. Non vedo dove finisca l’una e inizi l’altra. Non capisco cosa intendiate quando parlate dell'una e dell’altra. Non capisco perchè insistiate a parlare dell'una e dell'altra.
C’è continuità e rottura in ogni strada di ogni città. L’estate scorsa siamo andati in macchina da Amersfoort al Salento e abbiamo visto tanti mondi tuffarsi l’uno nell’altro, intrecciarsi e distinguersi continuamente. Voci simili, problemi simili, modi di sentire simili, anche se le case, i colori, le lingue e i dialetti erano diversi.

Nel treno da Roma a Firenze, ieri, nello stesso vagone c’erano due ragazzi di Pechino, un romano-pugliese che abita ad Amersfoort, una suora del Kerala, una signora di Tilburg con due bambine nate a Roma, un signore di Bergamo, una quarantenne fiorentina. Tanti mondi, e un luogo che si spostava a duecento chilometri all’ora.

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