Attraversò un binario ferroviario, bussò a una porta come tante e salì al primo piano. Cinque minuti di sala d’attesa passati a osservare i giochi di legno messi a disposizione di eventuali bambini. Dieci minuti di “visita”, poi il suo nuovo medico di base gli sorrise, come a dire: “Cosa vuole ancora qui?”. Si sentì quasi in colpa. Scendendo per le scale fece un rapido bilancio. Non aveva fatto in tempo neppure a togliersi il cappotto, ma era riuscito a ottenere una richiesta per le analisi del sangue. Quei centotrentasette euro che ogni mese era obbligato a regalare all’assicurazione privata Univè servivano per una volta a fare un po’ di prevenzione. Uscì in strada visibilmente soddisfatto.
Lungo la via del ritorno non successe nulla di particolare. Macchine in fila, biciclette in fila, palazzi in fila. Si preparavano tutti alla solita giornata. Anche Sante forse sognava per sé una giornata tranquilla di studio e lettura. Avrebbe voluto anche andare a passeggiare nel bosco. Ma sapeva che le cose avrebbero preso come al solito una piega diversa, per via di quel senso di inquietudine che si portava dentro ormai da tanti anni. Al medico non aveva potuto dirlo, ma soffriva di una forma politica di schizofrenia: sentiva i rumori del mondo anche nel più tranquillo dei luoghi. Camminava tra quelle file di case ordinate, ma sentiva gli interventi dell'assemblea di Bussoleno, gli slogan dello sciopero generale a Mumbai, gli spari nel quartiere di Bab Amr a Homs. “Y en a marre” – gridavano a migliaia nelle strade di Dakar in quel momento. Anche lui, per tanti motivi, sentiva di averne abbastanza.
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