sabato 17 marzo 2012

I ribelli (Felice, US)

A quante manifestazioni, assemblee, cortei, scioperi ho partecipato? Quante volte in quelle assemblee affiorava un certo spirito anti-americano, nel senso di anti-governo-americano? Quante volte ho guardato all'America dal  punto di vista di una certa spocchia ideologica di cui mi sto finalmente liberando? E' importante che me lo chieda perchè altrimenti non riesco a spiegarmi la sorpresa dei movimenti Occupy qui negli USA che, sebbene con una loro propria identità, si richiamavano ai movimenti del Nord Africa (Libia, Egitto, Siria ecc...). SI sentivano vittima dello stesso gerarca, dello stesso dittatore: la speculazione finanziaria che attraverso il loro braccio operativo (le banche) ha concentrato capitali immensi nelle mani di pochi, e queste poche mani ormai, in virtù del capitale che posseggono, guidano il mondo con la conseguenza immediata di svuotare le democrazie  e con l'effetto collaterale di generare una crisi finanziaria mondiale che ha cancellato milioni di posti di lavoro. Il movimento Occupy è stato molto chiaro su questo. Non ha mai avanzato pretese ideologiche, instaurazioni di poteri o altro. Ha chiesto limiti all'accumulo di soldi. Ha chiesto stato sociale. Mai mi sarei immaginato che qui a Boston avrei sentito parlare di stato sociale. Al campo di Occupy Boston c'era un vialetto "Sacco and Vanzetti Street". Che radici profonde ha questo movimento. Ma la cosa più radicale che ho visto sono state le assemblee. Gli interventi erano sempre brevi e focalizzati. Nessuna prevaricazione. Nessun tentativo egemonico di minoranze. Nessuna bandiera di partito. Ma attenzione e ascolto. Questo veniva assicurato da un metodo geniale: il microfono umano. Nelle assemblee all'aperto, senza una amplificazione da concerto rock, non si riesce a farsi sentire al di là della prima fila. E a questo punto che la prima fila diventa strategica: lo speaker scandisce frasi brevi, e tutti quelli che riescono a sentirlo la ripetono. Ripetere ti obbliga ad ascoltare, a masticare quello che senti. Parlare al microfono umano d'altro canto, obbliga l'oratore ad essere breve e chiaro. Non posso non nascondermi che a molte delle assemblee a cui ho partecipato in Italia, i fiumi di parole si traboccavano inondando l'assemblea. I distinguo, le ortodossie, le egemonie, le nicchie di pensiero, le elites, le strategie...e soprattutto era più importante parlare che ascoltare...che sia questa la rivoluzione di cui l'Italia ha bisogno? Mettere la realtà al di sopra dei miti? Porre l'ascolto finalmente prima della prevaricazione? Eppure, quando al corteo cittadino, nel centro di Boston, la banda ha suonato Bella Ciao...mi è venuta la pelle d'oca!


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