La
notte era iniziata e finita in ritardo e a causa dei suoi innumerevoli ritardi,
nel sogno, Sante aveva anche perso decine di treni, autobus e aerei. Ma le
città che conosceva si erano disposte l’una dietro l’altra e aveva comunque
potuto muoversi tra Ipanema e Brozzi, tra il Leusderkwartier e il Nuovo
Salario. O forse, così sembrava in altri momenti di quei sogni frammentati, aveva
scoperto il più subdolo dei sistemi di teletrasporto della storia del mondo:
entrava nell’Ikea lungo la superstrada per Amsterdam e, presa la solita
scorciatoia a sinistra tra un Fjellse e un Billy, si ritrovava all’uscita di
quello dell’Osmannoro a Firenze, a un passo dalle ex baracche dei rom rumeni e
le fabbriche dei cinesi. Prendeva un caffè al bar “Gino” e poi, imboccata
nuovamente l’entrata svedese, risbucava a tre passi dal porto industriale di
Danzica.
E
in ogni città poi – in ogni angolo di ogni città – aveva una sua bicicletta, di
cui apriva il lucchetto suonando con un flauto traverso la musichetta dei magazzini
olandesi Hema, o forse della Standa. Si aggirava su due ruote in quel mondo
compatto e diversificato come un Pacman nel labirinto, tra caschi di banane,
tappeti persiani e innumerevoli voci. A Nuova Delhi scambiò due chiacchiere con un
amico delle scuole elementari, tale Pino Sambionetti, che gli raccontò di aver
coronato il suo sogno di diventare manager, ma a costo di accettare di lavorare
per una multinazionale della ceramica da bagno. Mentre a Bogotà riconobbe in
nella vetrina di un ristorante italiano una sua ex-insegnante di matematica, costretta a fare da manichino
per una tunica e dei sandali da antichi romani. Le sue spalle erano incurvate come venti anni prima.
Sante girava
per le strade, pedalava, osservava. Ma quando, in una brasserie di Marsiglia che sembrava un
circo, si fermò a chiedersi “perché?”, tutto intorno a lui si sciolse come il
gelato sulla spiaggia di Sabaudia il 6 di agosto del 1983.
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