Sarà che ho la sensazione perenne di essere qui da poco, e di conseguenza i giorni passano molto in fretta, ergo penso spesso di perdermi tantissime cose interessanti, e quindi non sempre sono sicuro di capire bene cosa è veramente degno di nota o cosa no, e dunque mi arrovello forse troppo, pensando a quello che la gente potrebbe o dovrebbe pensare, e poi finisco gli avverbi, e mi ritrovo a suonare la chitarra, e buonanotte. Di questo vorrei dire. Non sono solo io, è proprio questa città dal nome di donna che sembra avere un legame speciale con la musica. Ovvio, mi si dirà, tutte celànno. La musica è un pensiero che fa rumore, colpisce e non fa male, sta nel sangue, come può una città non averne uno, di legame? Eppure, risponderei, sospetto vi siano differenze ragguardevoli, tra questi suoni di città, degne sicuramente d'essere indagate. Date da cosa, o da chi, ed in che misura, queste differenze, non c'è dato sapere - tuttalpiù provare ad avvicinarsi all'intuire. Questo perchè non esiste righello per misurare l'emozione. Per questa ragione, il metodo scientifico va a farsi un giro, mentre le storie ed il raccontarle salgono in cattedra: dire sopra la musica di un posto, e fare paragoni con quella d'altri posti, in definitiva, è un esercizio intellettuale fantasioso, e tant'è - a men che non sia un mestiere, ma così ci si allontana. E poi, in questo specifico caso, si sta parlando di musica ao vivo, quella suonata da qualcuno con degli strumenti (benchè la definizione possa risultare piuttosto imprecisa). Dunque il campo si restringe. La ex "Grande Lisbona", comprendente una bella pila di chilometri quadrati intorno alla foce del Tago, è un'area piuttosto affollata: quasi un terzo della popolazione portoghese dimora qui. Si parla di 3 milioni di persone circa; eppure, Lisbona storico-veraeppropria è molto piccola, intima, tipica, manuelina, arabese, vattelapesca. Le due dimensioni, quella metropolista e quella microcomunale, si intersecano in modo singolare e imprevedibile, e questo io me ne accorgo in particolare per quanto riguarda la musica dal vivo. Città di mare e di porti, di corvi e santi, di genti tanto diverse, di aria afrolatineuropea, che suoni può partorire? Un sabato notte passato a girovagare il centro storico può veramente stupire. La cosa che mi ha lasciato basito è la differenza con le altre grandi città che ho visto: qua la melodia è perenne e onnipresente. Interi quartieri zeppi di baretti con dentro musicisti, contrabbassi, fagotti; tamburelli sulla metro, accompagnati da fisarmoniche; chitarristi al parco, ma non fricchettoni come se ne trovano dappertutto; didgeridoo e percussioni in microdiscoteche; fado nei ristoranti; bande di suonatori in locali dove non c'è lo spazio neanche per l'oste. E sempre, tutto il giorno. Mi era già capitato di vedere, altrove, la passione per la musica e per le danze, ma mai questa costante presenza di suono analogico e artigianale. E mai quest'entusiasmo del pubblico eventuale, plurimo o scarno che sia.Giusto per esemplificare: domenica sera. Entro in un locale, un posto molto bello dove son già stato varie volte, che nel pomeriggio ospita bancarelle di roba di seconda mano. Ci son dei tipi francesi che mangiano su di un tavolino. Proprio quando, dopo un giretto, sto per andarmene, il padrone mi squadra, vede la chitarra che porto sulle spalle e mi presenta ai suddetti tipi, dicendomi che la sera c'è una jam session, e invitandomici. Quattro e quattr'otto, così. Che poi mi abbia offerto da bere, e che poi i ragazzi francesi fossero busker bravissimi ed esperti (cajun+chitarra classica, da vedere), e che li abbia conosciuti ed eran anche simpatici, e che dopo il locale si sia riempito di gente e di belle vibrazioni, e che poi si sia aggiunto un turco col sax baritono, e un terzo francese con la fisarmonica, ed un altro col rullante, e che io fossi lì al tavolino, parlando distrattamente con l'armonica in mano e una voglia che non ti dico ma pensando che eran troppo bravi per me, e che più si andasse avanti più si aggiungevano suonatori, gente ed applausi, e che ad un certo punto mi accorgessi che dovevo scegliere se perdere l'ultimo bus o il resto della (lunga) serata, e che con le pive nel sacco optassi per la seconda, e che come un ladro mi dileguassi nella notte, incontrando poi mia cugina italiana proprio su quell'autobus, e che non ci volessimo credere assolutamente a quel fortunoso evento, e che siano, in definitiva, tutti questi giorni che penso a questa serie di avventure pentendomi parzialmente e ripromettendomi di essere più incisivo e diretto la prossima volta che mi capitano cose del genere, son altre storie.
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