Nel self-service dell’ospedale
Meander, un medico e un’infermiera mangiavano due broodje kroket appoggiati ai
piatti di plastica. Sante li guardava distrattamente, bevendo del thé alla
ciliegia molto zuccherato per rimettersi dallo choc del prelievo del sangue. La
dottoressa era stata gentile, lo aveva fatto sdraiare su un lettino e aveva usato
anche la siringa “a farfalla”, ma lui era svenuto comunque e poi come sempre,
al risveglio, si era concesso i suoi dieci minuti di riso isterico. Ora nel
self-service si guardava attorno per non pensare al cerotto attaccato al
braccio. Oltre al medico e all’infermiera c’erano due signori anziani in
vestaglia e pantofole, un paio di donne incinta, un marito di donna incinta e
una decina di palloncini con sopra scritto: “Beterschap”, cioè, nella più
concisa delle traduzioni italiane, “rimettiti presto in forma”. Si ricordò che
c’erano mali più grandi del suo e scattò in piedi. Procedendo verso l’uscita,
fece un cenno di saluto verso la signora coi capelli tinti che una mezzoretta
prima lo aveva sottoposto a una specie di quiz per immettere i suoi dati nel
registro telematico dell’ospedale: nome, cognome, data di nascita, “ha dei
gemelli?”, “com’è il nome del suo medico di famiglia?”, “qual è la sua
farmacia?”, “qual è il suo numero di telefono?”, “il suo indirizzo di casa?”, “il
CAP?”, “ha un numero di telefono fisso?”, “ha un documento d’identità”, “ah, è
italiano, benvenuto in Olanda!”, “il laboratorio delle analisi è lì in fondo,
poi salendo le scale al primo piano, a destra, poi a sinistra, poi a destra,
dritto, a destra, stanza 345, si faccia dare il numero e poi aspetti il suo
turno”. Aveva detto tutto quasi d’un fiato, lui era riuscito a stento a tenere
il ritmo nel rispondere, anche perché per definizione non ricordava mai né
numeri di telefono né nomi olandesi. Era risaputo. La signora comunque non si
era spazientita, aveva ripetuto le domande senza scomporsi e continuando a
sorridere, come in un film americano. Gli sorrise anche ora, ricambiando il
saluto, mentre spiegava ad un altro utente che il mazzo dei fiori che la
signora Dijkstra doveva aver lasciato per lui alla reception non era lì e che no,
non c’erano altre reception in quell’ospedale e neppure altre persone che
avrebbero potuto sapere dove fossero i fiori e che lei poi tra l’altro non
sapeva chi fosse questa signora Dijkstra, “Ma come, è la caposala di ortopedia,
non può non conoscerla?”, “Ah sì, ha ragione, ma la caposala di ortopedia oggi
chi l’ha vista? E insomma, comunque qui i fiori non ci sono, non so cosa dirle”,
“Beh, ma è proprio strano, la signora Dijkstra mi ha chiamato poco fa per dirmi
che erano qui”, “Ma proprio non so…”, “Betsie, ma guarda che i fiori sono lì
davanti a te!”, “Ma come davanti a me? Questi fiori gialli di plastica qui sul
bancone?”, “Sì sì, proprio quelli….”, “Ah beh….. forse la signora Dijkstra…..
mi dispiace….. non sapevo……”, “Ma non si preoccupi, si vede…… di plastica, che
stran…….”. Sante si allontanò lentamente, poi infilò la porta girevole, per una
volta evitando di assaggiarne il vetro con la testa, e si diresse verso la
bicicletta. Del prelievo non aveva ora più memoria. Chiodo schiaccia chiodo, è
il caso di dire.
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