Quella
città aveva la sua stessa età, l’aveva letto da qualche parte. Almere l’avevano
costruita nel 1976 su un’isola artificiale grande come una regione, Flevoland.
Prima lì c’era il mare, il Zuiderzee, ora ci abitavano duecentomila persone, in
larga parte ex-abitanti dei quartieri popolari di Amsterdam e immigrati delle
Antille, del Suriname, del Marocco.
Più
si guardava intorno, più Sante si convinceva che avrebbero fatto bene a
lasciarlo al suo posto, il mare. Tutto era nuovo, di quella “modernità” di
plastica, vetro, cemento e asfalto che sembra piacere così tanto agli
architetti trendy. A lui sembrava
semplicemente brutto. Anonimo, precario, falso. Una specie di grande centro
commerciale in cui la gente non si limitava a fare acquisti, ma dormiva, mangiava, lavorava, studiava.
Scese
dal treno ad Almere Buiten (Almere Esterno), passò a piedi in mezzo a una
ventina di capannoni con ingrossi di fiori, mobili, letti e tappeti, poi salì su
un ponte in finto legno e si infilò in un sottopassaggio in cui rimbombava il
rumore delle automobili che correvano sulla superstrada sopra la sua testa. Seguì
la pista ciclabile fino ad un grosso edificio grigio di tre piani con molte
finestre, che una ventina di metri dopo si dispose attorno a lui a ferro di
cavallo.
Il
concierge non fece caso a lui quando
gli passò davanti. Sante proseguì verso la sala docenti. Riconobbe l’insegnante
di olandese della classe 1H4B, una donna sulla quarantina molto alta e robusta,
sempre sorridente, con i capelli rossi e ricci. Cercò invano di ricordarsi il
nome, poi accennò anche lui un sorriso mentre la macchinetta versava l’acqua
bollente per il the in due bicchieri di plastica che aveva messo uno dentro
l’altro per evitare di scottarsi le dita.
“Come
sta andando lo stage?” – chiese lei
versando il caffè americano in una tazza blu.
“Molto bene, grazie. Lo
trovo molto interessante. La scuola è davvero un mondo. E’ come se questo
edificio mi inghiottisse ogni volta che ci entro e mi risputasse fuori al suono
della campanella della nona ora”.
Lei
sorrise. Poi aggiunse: “Deve essere anche molto diverso dalle scuole
italiane, o no?”.
“Beh
sì, alcune cose sono diverse. Per esempio le classi qui non hanno una propria
aula. Gli alunni si spostano ogni ora nelle aule dei vari docenti”.
“Hai
notato che solo i docenti più anziani hanno aule proprie?” – aggiunse subito
lei.
“Sì
sì. La mia tutor è qui solo da due anni e non ne ha una infatti”.
“Esatto.
Carina non ha una sua aula. Io invece ho un’aula tutta mia da sette anni. L’hai
vista, no?”.
Sante
rimaneva sempre attonito di fronte alla passione degli umani per le piccole
gerarchie di potere. Restò senza parole e senza sorriso, con il doppio bicchiere di plastica
bianca stretto in mano e la scarpa sinistra che cominciò a battere nervosamente
sul pavimento. Lei di sicuro pensò che fosse la sua scarsa conoscenza dell’olandese
a non permettergli di proseguire la conversazione. Gli sorrise di nuovo, poi guardò
l’orologio appeso al muro, poggiò la tazza blu ormai vuota su un ripiano, prese
i libri e si avviò verso la sua classe.
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