Sozinho. Solo a girare cercando scotch, cavi per il router, cereali per la colazione, spago, aspirine, rucola, classici portoghesi in portoghese, detersivo in polvere, mutande, supporto per la fregona (geniale 'sto nome, a parer mio: sarebbe il mocio). Solo ad accarezzare alberi e, sovente, a parlarci, tanto che mi si prende per matto - all' Alfama, quartiere storico e mezzo arabo, c'è una quercia da sughero stupenda, centenaria e saggia, che avrà visto nascere Fernando Pessoa, ma forse pure Sant'Antonio. Solo a fotografare graffiti, annusare muri, ascoltare vecchi brontoloni, criticare prezzi, evitare barbosi mendicanti cyberpunk che mi prendono troppo in simpatia. Solo a segnarsi, sull'agenda, i negozi del circondario, divisi in due categorie: quelli buoni e quelli cattivi, neanche arrivasse la maestra tra cinque minuti. Solo mentre mi scuso dell' eccessivo barulho coi vicini, mentre saluto il bangladese che vende telefonini, mentre mi inalbero perchè non funzia il computer. Solo raccolgo assurdi volantini per la strada - l'ultimo dice: Professor Banora, Grande Illustre Vidente Africano, Nao ha problema sem solucao. E' solo che, a star soli, c'hai voglia di sole, e allora solo, al parco, a suonare blues solitari: "And I felt so lonesome: I could not help, but cry". Solo forse perchè hai la febbre, e non si va al lavoro, e la casa è vuota, e si mangiano verdure bollite e si bevon ettolitri di chà preto (thè nero). Solo anche nei pensieri e nei gesti più piccoli, perchè è tutto in un'altra lingua, la traduzione mentale richiede un intervallo di tempo che talvolta temo conferisca un'aria troppo concentrata, o ebete, o sorpresa, o tuttettrè. Solo e annoiato in certi momenti brutti (ricordo una volta in discoteca che sembrava dovessi sorreggere la colonna con la schiena), solo in modo raggiante e pieno in certi altri, come tramonti, ratti di sguardi e code d'occhio col sale sopra, o semplici e istantanee commozioni provocate, il più delle volte, da inezie. La mente è un muscolo: per allenarla ci vuole esercizio più o meno costante, perchè c'è il rischio di sedersi un po' troppo, ogni tanto, e cominciare a dare per scontato, a dimenticare quanta fatica è costato accettare questo o quel pensiero, a non problematizzare più niente. Stare solo, se non altro, mi allena il gulliver, anche se poi è inevitabile che ci si parla un po' addosso, vabbè. Sì, il pericolo è quasi scontato: smettere di condividere, di domandare, di arrabbiarsi, di incidere nel mondo. Eppure no, dai, c'ho pensato tanto e son sicuro che no. E' vero, parlo meno, ma il poco che resta, ora, si nota di più, come fosse evidenziato. E' più ragionato, diretto, efficace, come un pugno alla bocca dello stomaco; come se l'avessi scritto e dovessi solo leggerlo. Non dico che sia la ricetta giusta per tutti, panacea d'ogni male, strada obbligata per la saggezza: assolutamente. Non è una questione di fascino felino. Solo che è bello ascoltarsi, e che poi non ti serve dire a tutti: Ehi! Guardate! Mi son ascoltato!
Che tanto tutti se ne accorgono da come punti gli occhi. E qualcuno, le frasi che dici, se le ripete ad occhi chiusi, prima di addormentarsi, come tu ne hai ripetute a tua volta, pensando a chi ti aveva colpito.
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