Ha senso scrivere progetti di ricerca a ripetizione, sapendo che la possibilità che si trasformino in ricerche reali è pari all’1,7%?
Ha senso scrivere articoli e libri per “fare curriculum” e poter fare progetti e concorsi che non si trasformeranno in ricerche e quindi in lavoro?
Ha senso iscriversi a un corso di orientamento che prelude a un master in didattica della storia, sapendo che la storia nelle scuole conta sempre meno, che già adesso ci sono “troppi insegnanti di storia” e che i tagli del governo ridurranno ancor più i posti?
Ha senso che tutto questo abbia senso solo perché, nel processo stesso di scrivere progetti, articoli e libri e nel frequentare un corso senza effettive prospettive di lavoro, si imparano comunque moltissime cose, si fanno esperienze decisive e si incontrano comunque moltissime persone?
Ha scritto André Gorz che esistono due tipi di “lavoro”: il “lavoro in senso antropologico”, che collega l’attività umana ai bisogni umani, e il “lavoro-merce”, che collega l’attività umana ai bisogni del mercato capitalistico, rendendo schiavi gli individui e la società. Questa scissione è drammatica in sé e ancor più profonda diventa in tempi di crisi, dal momento che la crisi è prodotta appunto per poter mercificare ulteriormente il lavoro.
Sono considerazioni che faccio guardando alla mia situazione qui in Olanda, ma credo si possano fare anche osservando la realtà in tanti altri posti del mondo. Che qui fuori ci siano cinque gradi sotto zero alle due di pomeriggio rende solo più forte la necessità di muovere rapidamente le dita sulla tastiera.
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