Alicia è una bimba di
cinque anni col viso furbo e sveglio di una studentessa d'arte della
Sorbona. In testa ha uno stupendo disegno di treccine che terminano
sulla nuca in codine lasciate a dondolare come piccole liane; ha il
colore creolo di quelle caramelle di zucchero fuso (che, non s'è mai
capito perchè, tutti le chiamavano “caramelle d'orzo”- forse per
la sfumatura, appunto) che le nonne preparano per i nipotini, e
profuma di pasteis, i
deliziosi pasticcini di crema e cannella che, quaggiù, sono più
popolari di Cristiano Ronaldo. Luis ha sette anni, è un rapazinho
molto intellingente che, con molta pazienza, mi ripete le domande
anche tre o quattro volte allorchè non son sicuro di everle intese
e, in cambio del mio aiuto nei compiti di matematica, corregge
ridacchiando la mia pronuncia, a detta di tutti tipicamente spagnola.
Emanuel ha diciotto anni, ha la faccia e i muscoli da rapper
incazzoso, quando sono arrivato credevo mi guardasse storto, poi ha
scoperto che suono la chitarra e si è presentato con uno
scassatissimo amplificatore fender in mano, e allora gli ho insegnato
a fare il blues e, per il tempo di quelle quattro pennate imprecise,
mi son sentito orgogliosamente più nero di lui. Bruna ha nove anni,
è pallida e biondina e peperina, e ieri sera ha organizzato una
sfilata nel corridoio, con tanto di movimenti pelvici imparati su
disnei cennel, dove io ero il pubblico entusiasta. E poi c'è
Hector, c'è Joyce, ci sono Diogo e Cristiano, Miguel, Marisa,
Sandrinha, Gilda; e ognuno ha origini mozambicane, angolane,
brasiliane, capoverdiane, portoghesi, spagnole, ma nessuno si sente
portatore di una linea di sangue puro, come i piselli degli
esperimenti di Mendel. La questione razziale, qui, non esiste
proprio, oppure non l'ho ancora conosciuta. I poliziotti, nella
Metro, son più giovani di me e vederne un de cor
non fa certo specie. Sarà perchè lavoro in un centro di accoglienza
dove ragazzi e bimbi di varie età crescono tutti assieme, ma sembra
veramente che del colore importi gran poco a tutti. Sabato mattina
sono arrivato, il guardiano mi ha detto che i bimbi erano tutti a
giocare a futsal
(calcetto) insieme ad un ragazzo che li allena, io mi son fiondato
per partecipare e, quando sono arrivato, ho chiesto com'erano le
squadre, per ricevere in tutta risposta un placidissimo e per niente
scandaloso “Bianchi contro neri!”. Non sarà politicamente il
massimo della correttezza, ma è di una spontaneità disarmante e
allegra che mi da fiducia. E poi c'è la domenica (qui solo sabado e domingo son giorni degni di avere un nome, gli altri si chiamano per numero). Qui, geograficamente parlando, mi son trovato bene praticamente da subito: il trucco sta nel sapere sempre da che parte sta la foce del Tejo, verso cui stanno il centro ed il porto (Sud). Verso Nord c'è il resto, e le strade, in fin dei conti, portan da quella parte lì. Alla domenica mi armo di chitarra e me ne vado a fare un giro solitario per parchi, strade, monumenti, mercati, quel che c'è. L'ultima son andato a caccia di graffiti e ne ho trovati di notevoli, dipinti su palazzi che la crisi ha reso inabitati e inoccupati. Atè a proxima quinta.
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