giovedì 2 febbraio 2012

Matteo, Lisbona, Portogallo


Alicia è una bimba di cinque anni col viso furbo e sveglio di una studentessa d'arte della Sorbona. In testa ha uno stupendo disegno di treccine che terminano sulla nuca in codine lasciate a dondolare come piccole liane; ha il colore creolo di quelle caramelle di zucchero fuso (che, non s'è mai capito perchè, tutti le chiamavano “caramelle d'orzo”- forse per la sfumatura, appunto) che le nonne preparano per i nipotini, e profuma di pasteis, i deliziosi pasticcini di crema e cannella che, quaggiù, sono più popolari di Cristiano Ronaldo. Luis ha sette anni, è un rapazinho molto intellingente che, con molta pazienza, mi ripete le domande anche tre o quattro volte allorchè non son sicuro di everle intese e, in cambio del mio aiuto nei compiti di matematica, corregge ridacchiando la mia pronuncia, a detta di tutti tipicamente spagnola. Emanuel ha diciotto anni, ha la faccia e i muscoli da rapper incazzoso, quando sono arrivato credevo mi guardasse storto, poi ha scoperto che suono la chitarra e si è presentato con uno scassatissimo amplificatore fender in mano, e allora gli ho insegnato a fare il blues e, per il tempo di quelle quattro pennate imprecise, mi son sentito orgogliosamente più nero di lui. Bruna ha nove anni, è pallida e biondina e peperina, e ieri sera ha organizzato una sfilata nel corridoio, con tanto di movimenti pelvici imparati su disnei cennel, dove io ero il pubblico entusiasta. E poi c'è Hector, c'è Joyce, ci sono Diogo e Cristiano, Miguel, Marisa, Sandrinha, Gilda; e ognuno ha origini mozambicane, angolane, brasiliane, capoverdiane, portoghesi, spagnole, ma nessuno si sente portatore di una linea di sangue puro, come i piselli degli esperimenti di Mendel. La questione razziale, qui, non esiste proprio, oppure non l'ho ancora conosciuta. I poliziotti, nella Metro, son più giovani di me e vederne un de cor non fa certo specie. Sarà perchè lavoro in un centro di accoglienza dove ragazzi e bimbi di varie età crescono tutti assieme, ma sembra veramente che del colore importi gran poco a tutti. Sabato mattina sono arrivato, il guardiano mi ha detto che i bimbi erano tutti a giocare a futsal (calcetto) insieme ad un ragazzo che li allena, io mi son fiondato per partecipare e, quando sono arrivato, ho chiesto com'erano le squadre, per ricevere in tutta risposta un placidissimo e per niente scandaloso “Bianchi contro neri!”. Non sarà politicamente il massimo della correttezza, ma è di una spontaneità disarmante e allegra che mi da fiducia. E poi c'è la domenica (qui solo sabado e domingo son giorni degni di avere un nome, gli altri si chiamano per numero). Qui, geograficamente parlando, mi son trovato bene praticamente da subito: il trucco sta nel sapere sempre da che parte sta la foce del Tejo, verso cui stanno il centro ed il porto (Sud). Verso Nord c'è il resto, e le strade, in fin dei conti, portan da quella parte lì. Alla domenica mi armo di chitarra e me ne vado a fare un giro solitario per parchi, strade, monumenti, mercati, quel che c'è. L'ultima son andato a caccia di graffiti e ne ho trovati di notevoli, dipinti su palazzi che la crisi ha reso inabitati e inoccupati. Atè a proxima quinta.




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