venerdì 17 febbraio 2012

Christian, Amersfoort, Paesi Bassi

Alzò la testa dal computer e osservò per la prima volta con calma quella camera 3x4 con la moquette azzurra dove passava le ore migliori delle sue giornate. C’erano rose ovunque: sulla carta da parati, sulle scatole appoggiate ai ripiani della libreria, nei quadretti tondi, ovali e rettangolari appesi ai muri. Da un vaso rosa col collo stretto e lungo ne sbucava una rossa di stoffa e rose gialle erano anche sui cappellini delle abat-jour accanto a lui.
L’avevano chiamata “la stanza delle rose” sin da quando faceva da stanza da letto. Quando il letto era migrato nella camera accanto, le rose erano rimaste e centinaia di altri oggetti avevano popolato quella stanza fredda all’angolo del lungo palazzo. Con un lento sguardo a trecentosessanta gradi abbracciò due vassoi d’argento a forma di foglia, guanti di lana e luci da bicicletta, una radio, un telefono, dieci scatole piene di stoffe di ogni colore, tre manichini, una quarantina di libri di storia accastellati su tre colonne disuguali, otto candele consumate, una boccetta di thuya occidentalis e un paio di scarponi. Non era che un centesimo di quello che lo circondava.
Smise di ruotare su se stesso. Sentì uno sguardo leggero posarsi sulle sue spalle. Sull’armadio bianco, la foto della piccola Roos era appoggiata a uno specchio tra l’asse da stiro, la scala e una borsa verde militare. Gli occhi espressivi si facevano largo tra volti di polistirolo, stampelle e cartamodelli di borse. Sorridevano.

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