martedì 24 aprile 2012

Gechi, Victoria, Canada

È questa la stagione dei play-off di hockey, sport nazionale e passione folle dei canadesi. Infatti a me non importa una pippa, per quanto abbia anche la cittadinanza. Ma tant'è, io son rimasto a Nostra patria è il mondo intero.
Insomma i play-off, i pub pieni di gente, le auto che sventolano le bandierine della squadra di Vancouver, i ragazzini che giocano a palla hockey per strada, nei campi da basket, dappertutto. Se ne vedono sempre meno però; sempre di più, come in Italia del resto, i ragazzini hanno la vita regolata da attività programmate, sport organizzati, e da genitori iperattivi e stressati che li scarrozzano dappertutto, tutto il santo giorno. Va bene anche così, ma io son contento di essere cresciuto giocando  per strada, nei campi di mais, nelle vigne. Si giocava a pallone finché faceva così buio da non vederci più. Anche qui il calcio è popolare, forse perché costa poco rispetto alle spese necessarie per l'armamentario dell'hockey. Conosco dei genitori che fanno delle levatacce alle 4 di mattina per portare i pargoli alla partita settimanale. Chissà perché invece nel calcio le partite erano alle 8-9 di sabato, e io e Sofia andavamo in vespino, con la vice-allenatore in auto per portare i palloni e quant'altro. Qui ci sono molti campetti, alcuni tutti gobbe e buche, ma l'erba c'è sempre. Ho anche giocato o allenato in campi artificiali: sono fili d'erba finti con un fondo di pallottoline provenienti da pneumatici riciclati. Non male, ma se cadi e sfreghi la pelle nuda sono stelle e scintille. Il calcio fra le ragazze è popolarissimo e il Canada va meglio al femminile (maschile non pervenuto, forse li vedremo ai Mondiali, se riescono a battere Messico e vari caraibici).
Però qui non c'è l'atmosfera di un Paese che vive, respira, sogna il calcio. Al massimo coi Mondiali, nelle grandi metropoli piene di immigrati, si va al caffè e si incontrano facce da tutto il mondo, e poi i clacson e la folla rappresentativa della nazione vincitrice. L'anno scorso, con un amico italiano, siamo andati al pub a vedere la finale della Champions, Barcellona Manchester. Circondati da tipacci nordici (poveri illusi), con alcune piccole sacche di tifosi del Barça, guarda caso tutti "etnici" (latini, arabi, africani).
Il calcio del Barça proviene in linea diretta dai cultori del bello: l'Olanda di Cruyff, l'Ungheria di Puskas, e moltissime squadre latino-americane, dove il calcio era un gioco più che una società per azioni. Sto leggendo a proposito storie deliziose e commoventi dal libro di Eduardo Galeano, El fùtbol a sol y sombra. Inizia con una dedica ai ragazzini che lui incontrò una sera a Montevideo, mentre tornavano dalla partitella e cantavano: Ganamos, perdimos, iguàl nos divertimos. Se fosse sempre quello lo spirito.

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