A me io, da piccolo, mi piaceva il calcio. Mi piaceva giocarlo e guardarlo, e sapevo i nomi dei calciatori. Poi, dopo, crescendomi, per un bel pezzo ho snobbato pensando, probabilmente a ragione, che era una cosa commerciale, fanfarona, trònfia, ricca, imbrillantinata, meretrice e truffaldina. Ma il gioco però è bello, c'è pocodadì. Ho ricominciato ad apprezzarlo (in altre sue sfaccettature) all'università, condividendo appartamenti con giocatori incalliti, tipo poker, scommesse, e al campetto ogni martedì. Non ci sono entrato, in certi giri libertini, però mi interessava il fatto in senso sociologico, per così dire, e mi son trovato a leggere la gazzetta rosa prima d'andare dal lattaio, per intuirne previamente l'umore.
Puoi parlare con chiunque del calcio, e quaggiù, alla foce del Tejo, è più vero che mai. Tutti hanno una equipa preferita. Il bidello, i bimbi, le nonne, i mendicanti, i professori.
Tutta 'sta minestra per dire che, oggi, c'è stata una partita. LA partita. Da dieci giorni, barbuti baschi frenetici schizzano da una stanza all'altra della casa parlando del partido imminente, con aria tra il festaiòlo ed il complottista. L'Athletic Club di Bilbao scende fino allo stadio Avalade di Lisbona per sfidare lo Sporting. Semifinale di Europa Ligue. Le due squadre hanno storie speciali e fantastiche che non sto a raccontare. L'Athletic (leggi Alèeedi, una squadra basca di soli giocatori baschi) ha eliminato nientemeno che i diavoli rossi del Manchester United, vincendo entrambe le partite ed entusiasmando il pubblico. Lo Sporting viene dal successo contro l'altra squadra di Manchester, il City, arrogante proprietà di un qualche petroliere sceicco pascià o marajà de 'sta cippa, che compra i migliori talenti del mondo a vagonate di euri. Si affrontano, insomma, due autsàider delle leghe europee.
Guillermo oggi decide di non andare al lavoro, è troppo nervoso. La partita comincia alle otto di sera. Si alza alle undici, e mezzora dopo ha già addosso la camisola a righe rosse e bianche; piazza un cubetto di spaghetti congelati in un pentolino d'acqua ancora fredda, e poi schiaffa tutto sopra al fuoco, dimenticandosene; si posteggia davanti al computer per vedere le ultime dai campi, quasi tremando; comincia a scaldarsi la gola inneggiando cori bombaroli, dapprima timidamente, poi più convinto; chiama due o tre amici al cellulare; scrive su féisbu freneticamente. Esce, va a comprare la cocacola al supermercato, incontra trenta baschissimi compatrioti al parco, casualmente, e rientra con un sorriso a pieni denti. Mangia distratto. Esce, per incontrare altri biancorossi in centro. Allo stadio ci andrà verso le sei, al più tardi, per non perdersi niente. Esco anch'io.
Ma a me gustano entrambe le squadre! Perchè devo scegliere? La squadra di Lisbona mi è piaciuta subito per i colori sociali (mi ricordano quelli del rugby, a strisce orizzontali verdi e bianche) e per la storica subalternità rispetto al Benfica; quella di Bilbo per la caratterizzazione etno-poli-socio-psico-semio-strutturale e per l'allenatore, il profeta Bielsa.
La strada per il lavoro, la metro, le piazze, i ristoranti per turisti dove ti pelano: i paesi baschi sembrano essere tutti qui, a riempire questi posti. Inneggio anch'io, simpatizzando.
Del jogo, alla fine, ho visto solo il secondo tempo, tornato a casa dal lavoro. Gran bella partita. Il risultato dice 2-1 per i Verdi, che dopo essere andati sotto riescono a rimontare e sorpassare grazie alla determinazione e al pubblico di casa. I giochi si devono ancora chiudere, con il ritorno in terra basca.
Son contento per i miei amici dello Sporting, ma per Guillermo si tratta di un mezzo lutto nazionale.
Mi piace interessarmi di una cosa così sfacciatamente popolare come il calcio, mi piace proprio. Mi fa sentire immerso nel quotidiano, nel normale, nel comune. Ogni tanto (solo ogni tanto: andiamoci piano) mi ci vuole. Aspetto solo le notti magiche degli europei, prossima estate, per godermi le facce delle genti nei bar.
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