giovedì 10 maggio 2012

Onirincontro (MatteoLisboaPortugal)


La donna se ne va sbattendo la porta. Lui va verso il salotto, strascicando i piedi e massaggiandosi la fronte. Vuole mangiare qualcosa, prima di andare a letto, ma si accorge che ovviamente Katia non gli ha lasciato niente di pronto. Tira fuori dal freezer una pizza congelata e la caccia nel microonde per tre minuti. Ne mangia metà, tagliandola a fettine con le posate, poi non ha più fame e la butta nel cestino dell'umido. Va a stendersi nel letto, dopo essersi tolto la giacca e i pantaloni, ma non riesce e rilassarsi. Si gira e si rigira, sbuffando. Prova a massaggiarsi ancora la testa, concentrandosi sull'improvvisata auto-pranoterapia. L'imposizione delle mani però ha scarso successo. Allora si alza, va in cucina e pesca da sopra un mobile una bottiglia di brandy impolverata che non toccava da un bel po' di tempo. Se ne versa un dito in un pregiato bicchiere di cristallo. Ci mette due minuti a finirlo, a piccoli sorsi, poi se ne versa un altro e lo secca di schianto, alla goccia. Ritorna verso il suo letto a due piazze, bianco. Si distende a pancia in su, coi piedi incrociati, imponendosi di restare in quella posizione. Il respiro si regolarizza lentamente e il sonno finalmente ha la meglio. Ma è un sonno agitato, che lo fa sudare.

Vago, vago, vago vagare. I piedi posati sul tappeto di foglie marce e rami secchi e spinosi. Cespugli che crescono come brufoli, strani animali pelosi grigio topo e marrone cervo, fiori grandi e piccoli, uteri di petali e polline, insetti pelosi, pungenti, ronzanti. Pietre e sassi e macigni e castagne. Fronde ovunque. Parole sconnesse, mentre il bosco è verde e un po´ scuro. Gli alberi sono tanti, sono ovunque e sono alti, tanto alti, così tanto che non hanno fine, si vedono solo i rami e le fronde spezzati dal sole, dalla luce che però non riesce a passare, si intuisce e nient'altro. Alzare la testa fa male, la luce ferisce gli occhi, meglio guardare avanti, sì meglio, molto meglio, molto meglio. Quercia che enorme ti stagli sul mio cammino, ma quale cammino, non c'è sentiero da seguire, non c'è traccia da fiutare, non ci sono orme, solo foglie secche che pestate non fanno rumore, larice e pioppo e ontano che insieme bisbigliano con la voce del vento, poi urlano, e cantano, e ancora sussurrano e nascondono la possente voce, la celano alle orecchie facendo coppe con le loro mani ramose. Anche il castagno si fa sentire, ha l'ugola dolce e un po' amara come il miele che stilla dal suo fiore, un suono strano che esce ma da dove? Ah, sì, ecco da dove, dalla bocca che altro non è che la base di un ramo tagliato, antico segno di ferita di guerra ch'egli porta fiero come un vecchio la benda sull'occhio, cicatrice glassata di resina che ora si stringe, s'allarga, s'ovalizza ed emette quest'intenso sibilo a me diretto, son sicuro. E come lui anche i piccoli sambuchi attaccati alla terra da minuscoli piedini legnosi, hanno gl'occhi che son strane bacche viola scuro, di quelle che s'usavano quando si era piccoli per giocare a cerbottane, e te li ricordi i segni che lasciavano indelebili sulle magliette? Certo che li ricordo signor sambuco e signora quercia e ricordo anche le botte della mamma, che non riusciva più a lavarle. Meli e peschi e due ciliegi altissimi coi fiori bianchi bianchi, un profumo come di donna che mi stordisce di dolce, troppo per me tutto assieme. Liane verdi come collane su spalle di eleganti signore robinie, bracciali di pigne per le spinose madame marroni e un po' altezzose, e sandali di muschio odoroso a ornare piedi di radici aggrappate al terreno. Gruppetti di salici e roveri antichi, loro si che gridano, GRIDANO, mi urlano in faccia arrabbiati e so che forse hanno ragione e lo spavento che per fortuna passa, non appena davanti alla salubre autorità dell'abete rosso. Oh, signor abete, la prego, mi perdoni, non so cos'ho fatto anzi sì forse lo so ma mi perdoni, sono solo un uomo, debole e inutile di fronte a voi grandi creature amiche del tempo che conoscete i segreti del mondo e le voci degli uccelli e non avete paura del freddo e ve ne state qui sotto il sole e le stelle e non fate mai nulla di male vi prego, perdonatemi, son solo un'uomo ch'è rimasto bambino. Abete che storce la bocca e alza un ramo e m'indica la strada con una delle sue secche dita, allora mi giro e imbocco la via e le voci si moltiplicano, ancora più forti invadono la mia testa e rimbombano come in una caverna umida e forse non sono solo quelle degli alberi e del bosco, ma tante sono di persone, ma non capisco e son confuso, mentre eleganti betulle fanciulle ridono con voci chiare e squillanti al corteggiarle di olmi e ippocastani, e poi cedri, e frassini, e un faggio grosso e nodoso.
"Quanto sono deboli queste tue mani tozze, corte, bianche, mani morbide di chi non ha mai lavorato un giorno sudando per lo sforzo, mani abituate solo a scrivere e firmare, mani adatte a contare i soldi, ma che non sanno cucinare ne accarezzare come si deve, come sono ridicole e inutili, inesperte e senza calli, hai i capelli grigi ma le mani come quelle di un bambino, vulnerabili al confronto della corteccia del tasso, imponente tasso che così tanti rami ha donato per la nobile causa Sioux o Cheyenne, quanti dei suoi arti son diventati archi e frecce di grandi capi, nobili guerrieri dei quali il bosco e il fuoco e il vento e la terra non si scorderanno di certo. E invece tu! Guardati, sei solo un'uomo ch'è rimasto bambino, chiedi perdono, saremo misericordiosi, noi custodi del tempo e figli dell'acqua piovana, che all'occorrenza sappiamo farci dimore per la fauna bisognosa che ci sa rispettare. Voi, invece, ci avete insultati, disprezzati, superbamente avete creduto di poterci considerare oggetti, avete fatto finta di non sapere di tutta la vita che scorre nella nostra linfa verde, che traspira dalle nostre foglie, che si libera nutrendo l´aria che respirate, dei i nostri frutti dolci che lasciamo cogliere a voi, uomini avari, che siete senza cuore, ma diventate docili e al nostro cospetto non fate che frignare, perchè siete proprio rimasti bambini".
Il bosco ora è silenzioso, il cammino si fa più solitario, gli alberi son più radi e guardano discreti. Passi rumorosi, qualcuno che corre, spezzando rametti e schiacciando le foglie secche. Tante facce. Giovani, vecchi, donne, alti e bassi e grassi e magri che corrono nella mia direzione e mi superano quasi senza vedermi, poi qualcuno si ferma a cercare per terra le ghiande e le nocciole. Parlano di discorsi che tutti i giorni si fanno a casa o al bar o in chiesa.
Adesso volto la testa lentamente, non c'è più nessuno, solo un ragazzo magro, comparso silenzioso alla mia sinistra. Anche lui ascolta l'abete. Anche a lui il vento pregno di voci scompiglia i capelli. Ma nel suo sguardo non c'è il mio rispettoso timore.

Proprio così. Nel mio sguardo non c'è il tuo rispettoso timore, stolto vecchio. Guardati, sei viscido e indifeso come una lumaca.

Taci, ragazzo. Non ti permettere di giudicare. Anche tu sei colpevole. Non fai niente per il tuo mondo, non rispetti gli altri e nemmeno te stesso, non pensi mai a quello che ti sta intorno. Sei spento come la tua generazione, sei figlio di tempi malati e poteri muffiti, sei uno schiavo legato ad un guinzaglio d'oro.”

No, invece, albero. Non starò zitto. Tutti ci dite che non abbiamo spina dorsale, che non c'impegnamo per il nostro mondo, dimenticate che siete VOI ad avercelo consegnato così, conciato peggio che mai. Voi, vecchi, che avete da spendere sempre mille lodi per i tempi passati, ma che non serbate mai un consiglio. Dall'alto degli anni, potete permettervi qualsiasi critica. Io non ci sto. Non mi pento di nulla. Non tengo a questo posto, a questa vostra terra. Forse una volta sì, quando ero piccolo, allora mi piaceva giocare nei fossi o sotto i salici, e conoscevo l'odore dei prati. Ma sono invecchiato rapidamente, perchè il mio orologio va molto, molto veloce.

Non incolpare noi degli scempi dei quali la tua razza è causa! Io ti conosco, ragazzo. Come ho conosciuto molti uomini prima di te. Tanti quante sono state le mie foglie. Vi vedo nascere, crescere, diventare vecchi e poi, proprio come foglie, appassire e morire. Una vita delle vostre, per noi, non dura che il tempo d'una stagione. Eppure tu sei molto giovane, e dai vecchi hai preso solo la parte peggiore: la rassegnazione, la paura della fine, il timore di non aver fatto il massimo, la voglia di lasciar perdere. Potevi imparare la saggezza, il saper ascoltare, la cortesia di chi sa come funziona il mondo. Hai sbagliato, ma ti puoi ancora correggere.”

Il ragazzo si sveglia. Si rigira nel divano, ancora immerso nel dormiveglia, preso dall'agitazione del sogno. Si ranicchia in posizione fetale. Un lungo brivido lo fa tremare. Sbuffa, si rende conto di essere sudato. Ha ancora i vestiti addosso. Prende la coperta da un lembo e la getta via, scornato. Rabbrividisce ancora, questa volta più forte. Il sudore freddo appiccica i vestiti alla pelle. Si passa una mano tra i capelli radi, da un'occhiata all'orologio. Si alza e spegne la tivù ancora accesa, sintonizzata su una rete locale. Passa per il corridoio, arriva in camera sua e si chiude dentro.

Ti capita mai d'incontrare persone in sogno? 

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