venerdì 11 maggio 2012

Dov'è finito Sante? (Christian, Amersfoort, NL)

L’ultima volta era stato avvistato alle ore 8:17 del 30 marzo nel self-service dell’ospedale Meander di Amersfoort. I suoi amici più stretti erano a conoscenza della sua paura infantile per i prelievi, ma non si erano spinti a pensare che fosse scomparso così nel nulla per un motivo così futile. Dopo pochi giorni, inoltre, avevano saputo che il prelievo l’aveva fatto, che si era tirato i suoi soliti cinque minuti di svenimento e la sua mezzoretta di risate isteriche, ma che poi, per l'appunto, era andato nel self-service. Un medico e un'infermiera erano rimasti così disgustati dalle cinque bustine di zucchero che aveva messo nel the alla ciliegia che si erano immediatamente ricordati di lui quando un giovane poliziotto aveva loro mostrato una foto di Sante. “Ah sì sì, certo che ce lo ricordiamo - dissero in coro - E’ morto di diabete?”. E lo chiamano “umorismo”.
Appurato tutto questo, restava la domanda: dov’era finito Sante? Non aveva preparato la fuga: a casa aveva lasciato perfino il computer accesso. Non aveva prelevato soldi dal bancomat e non aveva lasciato lettere suicide sul tavolino. Non era neppure scappato per timore dei risultati delle analisi, come pensò a un certo punto Pieter de Bruin - architetto d'interni e poi, chissà perchè, poliziotto -  pensando di aver trovato una soluzione geniale al mistero. La dottoressa Marieke van Dalen, che ricevette l’esito del prelievo dopo una settimana circa, confermò che Sante era in ottima forma. C’era giusto un calo della vitamina D, ma era il minimo vista la sua provenienza mediterranea e il tempo osceno che faceva da mesi in quell’angolo nord-occidentale d’Europa. Una pasticchetta di vitamine al giorno gli sarebbe bastata.
No, non poteva essere scomparso per quello. Ma perché allora? Ed era scomparso volontariamente o... ?
Carlo Cedron, gelataio stagionale, era arrivato da quelle parti da cinque settimane e lì aveva pensato di fermarsi per quattro mesi, fino all’inizio dell’autunno. Aveva scambiato due chiacchiere con lui quelle quattro o cinque volte che era entrato nella gelateria sulla Leusderweg. “Prendeva sempre vaniglia e cioccolato” – disse ai due poliziotti in bicicletta che andarono a interrogarlo. Non gli sembrò una notizia importante da riferire, ma era quello che aveva da dire a due poliziotti in bicicletta. Ad ogni modo, Sante lo aveva colpito, con quell’aria un po’ trasognata e la sua immersione permanente nei suoi libri, nelle sue ricerche. Gli aveva parlato di un articolo sui giardini dei manicomi nell'Ottocento, o qualcosa del genere. Non che ne avessero parlato a lungo né approfonditamente. Erano arrivati altri clienti, una masnada di bambini una volta, un paio di coppie un’altra. In una cosiddetta “giornata di sole” (anemico) si era formata perfino una coda fino a fuori la gelateria. Sante l’aveva salutato da lontano, passando
A Carlo, Sante stava simpatico. Ogni volte che lo vedeva si diceva: “Cedron, quella è una brava persona. Prova a trovare un po’ di tempo libero per andarti a prendere una birra con lui”. Ma il tempo era mai libero: ore e ore in gelateria, spesso da solo per assenza di clienti. Sante gli aveva fatto capire una volta che c’erano delle telecamere nella gelateria. “Poi ti spiego meglio – gli aveva detto – ma tu intanto stai accorto”. “Cedron, lo vedi che è una brava persona quello lì, trova il tempo per frequentarlo di più” – si era detto di nuovo Carlo. Ma dopo dieci ore di lavoro, andava sempre di filato a casa a dormire. E dormendo passava pure l’unico giorno libero, il mercoledì.
Ecco, appunto un mercoledì sera sul tardi gli era sembrato di vedere Sante passare sotto casa sua, dietro la Leusderweg. Due settimane prima, cioè tre dopo la scomparsa. Aveva provato a salutarlo dalla finestra, ma Sante si era infilato – gli era sembrato – in quella specie di club o di sala di biliardo sul retro del kroeg (o pub) abbandonato da anni. Non aveva mai visto nessuno entrare lì dentro e neppure uscirvi. Ma qualche sera aveva visto delle ombre e comunque delle luci, benché fioche. Ne aveva viste anche quella volta, ma più tardi, verso le due di notte, mentre faceva le parole crociate nel letto.
Agli agenti in bicicletta non raccontò niente di tutto questo. Carlo si fidava poco dei poliziotti, specie di quelli in bicicletta. Poi uno dei due aveva una telecamera piantata sul casco. “Cedron, attento, questi filmano tutto” – si era detto – Bocca cucita. E soprattutto non raccontargli che Sante non lo hai mai visto uscire di lì”.

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