Uno dei posti che amo di più qui a Glasgow è il Grosvenor, un cinemino "di charme" nella studentesca Ashton Lane: due salette da un centinaio di posti ciascuno, suddivisi in comode poltroncine arancioni di prima classe, scolasticamente (romanticamente?) attaccate a due a due. L'atmosfera oscilla tra i '60 e i '70, un po' pelle e fòrmica in stile Happy Days (e qui di Ralph Malph con i capelli rossi ce ne sono parecchi), un po' l'inizio di "Annie Hall" con Woody Allen e Diane Keaton all'ingresso di un film di Bergman già cominciato da due minuti:
- Io proprio non posso entrare a metà... -
- A metà? Hai perso i titoli di testa e sono in svedese!-
I ragazzi qui, con gli occhiali di resina spessi e quadrati, e le ragazze coi jeans stretti e le magliette a fiori, capelli lunghi con la riga in mezzo, potrebbero davvero essere in fila dietro quei mitici due in ritardo, sotto l'insegna bianca al neon del cinema, con i titoli scritti in rosso ancora con i caratteri mobili di plastica.
In questi giorni al Grosvenor c'è una retrospettiva su Ken Loach. Domenica sera proiettavano "The Angels' Share" il suo ultimo film, presentato anche a Cannes, con la sceneggiatura di Paul Laverty, dove disoccupazione e microcriminalità per una volta trovano il riscatto sociale in una favola alcolica a lieto fine. Siamo andati a vederlo.
Essere a Glasgow e vedere un film girato a Glasgow e per di più di Ken Loach è sicuramente un'esperienza fantastica, ma decisamente sconfortante dal punto di vista linguistico: si supponeva che il film fosse crudo, ma anche molto divertente, devo ammettere che purtroppo i dialoghi in scozzese strettissimo, che hanno sicuramente conferito ulteriore realismo al film (come se non ce ne fosse già abbastanza), hanno ridotto al minimo le mie capacità di comprensione.
David, amico numero cinque e anglofono nativo, seduto accanto a me come un insegnante di sostegno, ha fatto quello che poteva affinchè non mi perdessi le battute migliori, ma la sensazione di smarrimento lessicale che mi ha dominata per 106 minuti, mi ha fatta uscire sconfitta, almeno fino a quando non ho scoperto che persino a Cannes il film era sottotitolato in inglese!
Comunque nel complesso il senso generale della storia mi era chiaro e considerato che le parolacce le capivo, forse mi sono persa solo metà del film...
E' un film da vedere, originale, estremamente ironico, come decisamente questo popolo sa essere, sorridente e a maniche corte pur sotto la pioggia quotidiana, in senso stretto e in senso lato.
All'uscita dal cinema ho parlato della violenza qui a Glasgow insieme a David, che fa l'infermiere sull'ambulanza e aveva riconosciuto in quella facce pestate del film, sicuramente più piene di cicatrici che di rughe, gli interlocutori tipici dei suoi turni, soprattutto serali, ma non solo.
Mi ha spiegato che il problema è legato ad alcuni quartieri in particolare, specialmente nell'East End della città, e origina dalla miseria profonda e dalla conseguente mancanza di opportunità. Dice che si tratta soprattutto di un'aggressività che resta interna alle bande di quartiere, un eterno, rituale e talora fatale regolamento di conti tra gang di giovanissimi, dove probabilmente l'estraneo non verrebbe nemmeno infastidito, anche se, è ovvio, è raccomandabile andare a passeggiare altrove, lontani dalla "booze and blades culture" ovvero dalla cultura dell'alcol e delle lame, dove il troppo bere scatena le risse.
Leggo e trascrivo il pensiero di Vince Egan, direttore del corso di Psicologia forense della Glasgow Caledonian University: "Quando la gente si aspetta poco dalla vita, sbronzarsi e fare a botte diventano attività primarie. Quasi a difendere un territorio che molto spesso è semplicemente la strada dietro il pub dove ci si è ubriacati".
Sembra che ogni notte a Glasgow vengono medicate oltre un centinaio di persone e che un ragazzo su cinque giri armato e appartenga a una delle cento gang in guerra tra loro per il controllo del territorio.
Nel film il protagonista viene spesso inquadrato sul viso per mettere in evidenza quello che qui viene definito il "Glasgow smile", ovvero una cicatrice che parte dall'angolo della bocca e può arrivare fino all'orecchio, fatta con un rasoio o un coltello o un pezzo di vetro. Qui usa il contatto diretto e ravvicinato, all'arma bianca.
Per chiudere più luminosamente (e non far preoccupare mia madre che mi legge) io per fortuna scopro ogni giorno il lato bello e poetico di Glasgow, proprio ieri per esempio, che è stata una giornata-omaggio di sole, in una stradina laterale che si chiama Otago Street ho incontrato la piccola bottega artigiana di Kenneth Chapelle, collezionista e riparatore di orologi, un personaggio bellissimo, da trent'anni immerso in quel sottofondo di tic-tac che è la musica da camera della sua vita, e ha iniziato a raccontarmela.
Non ho visto coltelli in giro, solo ingranaggi che andavano meravigliosamente d'accordo, ma questa è un'altra storia.
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