Dopo 20 anni nel Canada occidentale, anglofono e anglofilo, ho deciso. È ora di cambiare, vado a vivere a Montreal. Partirò martedì 28 agosto, giorno in cui non scriverò il blog. Ci vado via Toronto, per recuperare Sofia, portarla a Sherbrooke (Québec) dove andrà all'università e farmi mollare appunto a Montreal. Un vecchio amico mi ospiterà a casa sua finché non mi sistemerò. Abita nel cuore della Petite Italie. Meglio di così…
Tra gli estremi del'Italia da una parte e della West Coast dall'altra, forse ho trovato il giusto mezzo. Dirò di più man mano che conoscerò, ma già so che i canadesi francesi si divertono di più, socializzano di più, cazzeggiano di più, protestano di più, vivono di più.
Dopo un mesone di vacanze in Italia, son tornato a una Victoria tranquilla e pulita, con tutto perfettamente sotto controllo. La prima sera vado a un festival folk, tutto speranzoso. Arrivo in bici, non mi lasciano inlucchettarla davanti all'entrata, potrebbe creare congestione (c'erano quattro cani dentro, altro che Sherwood), ma mi mandano al parcheggio per bici custodito; mi danno anche un bollino di riconoscimento. Entro e mi mettono un braccialetto colorato, mi perquisiscono lo zainetto (non suona Bruce Springsteen, ma qualche gruppetto locale). E va bene. Girello un po', il campo da calcio adibito è occupato dal festival nemmeno per metà. Di fronte al palco, dove suona una band pallosissima, c'è uno spazio separato da alte transenne tipo gabbie da leoni al circo. Benvenuti alla zona bevande alcoliche (birra o sidro). Per bersi un boccale, devo entrare la zona recintata, dopo aver dichiarato di possedere un documento di identità per dimostrare che sono maggiorenne (ho 50 anni e la barba pepe e sale) in caso di ispezioni, e dopo aver preso il secondo braccialetto, senza il quale non si può bere.
Mi sono seduto e, mentre sorseggiavo, mi è venuto da piangere. Tanto valeva andare a vivere in Svizzera. Finita la birra me ne vado, non è cosa. Tornando verso casa, dopo aver consegnato lo scontrino e ritirato la mia bici, parcheggiata ordinatamente accanto alle altre, qualcuno mi passa accanto in auto e mi urla di mettermi il casco (obbligatorio solo in BC). Stavolta mi viene da ridere. Il paese delle nonne.
Di Victoria mi mancherà la natura, il verde, il mare. Mi consolerò vivendo in una città vibrante, frequentando gente da tutto il mondo, mangiando e bevendo allegramente nei bistrot, senza tutte le assurde limitazioni del Canada inglese. Potrò tornare a comprarmi il vino al supermercato, cazzo. E girerò in bici spensierato, senza prendere multe per non portare il casco. E se l'inverno sarà freddo, mi scalderò tra le braccia di una bella francese. O sudamericana. O africana. O asiatica. Chissà.
Tra gli estremi del'Italia da una parte e della West Coast dall'altra, forse ho trovato il giusto mezzo. Dirò di più man mano che conoscerò, ma già so che i canadesi francesi si divertono di più, socializzano di più, cazzeggiano di più, protestano di più, vivono di più.
Dopo un mesone di vacanze in Italia, son tornato a una Victoria tranquilla e pulita, con tutto perfettamente sotto controllo. La prima sera vado a un festival folk, tutto speranzoso. Arrivo in bici, non mi lasciano inlucchettarla davanti all'entrata, potrebbe creare congestione (c'erano quattro cani dentro, altro che Sherwood), ma mi mandano al parcheggio per bici custodito; mi danno anche un bollino di riconoscimento. Entro e mi mettono un braccialetto colorato, mi perquisiscono lo zainetto (non suona Bruce Springsteen, ma qualche gruppetto locale). E va bene. Girello un po', il campo da calcio adibito è occupato dal festival nemmeno per metà. Di fronte al palco, dove suona una band pallosissima, c'è uno spazio separato da alte transenne tipo gabbie da leoni al circo. Benvenuti alla zona bevande alcoliche (birra o sidro). Per bersi un boccale, devo entrare la zona recintata, dopo aver dichiarato di possedere un documento di identità per dimostrare che sono maggiorenne (ho 50 anni e la barba pepe e sale) in caso di ispezioni, e dopo aver preso il secondo braccialetto, senza il quale non si può bere.
Mi sono seduto e, mentre sorseggiavo, mi è venuto da piangere. Tanto valeva andare a vivere in Svizzera. Finita la birra me ne vado, non è cosa. Tornando verso casa, dopo aver consegnato lo scontrino e ritirato la mia bici, parcheggiata ordinatamente accanto alle altre, qualcuno mi passa accanto in auto e mi urla di mettermi il casco (obbligatorio solo in BC). Stavolta mi viene da ridere. Il paese delle nonne.
Di Victoria mi mancherà la natura, il verde, il mare. Mi consolerò vivendo in una città vibrante, frequentando gente da tutto il mondo, mangiando e bevendo allegramente nei bistrot, senza tutte le assurde limitazioni del Canada inglese. Potrò tornare a comprarmi il vino al supermercato, cazzo. E girerò in bici spensierato, senza prendere multe per non portare il casco. E se l'inverno sarà freddo, mi scalderò tra le braccia di una bella francese. O sudamericana. O africana. O asiatica. Chissà.
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